10 DOMANDE A CUI I VIVISETTORI NON RISPONDONO… o le sbagliano!

Salve a tutti,
recentemente svariati pro-vivisezione hanno “risposto” alle famose “10 domande a cui i vivisettori non rispondono”, nelle cui risposte però vi sono svariati errori:

1) La prima domanda verteva sul perchè esistessero farmaci ad uso veterinario e ad uso umano.
La risposta è stata che il regolamento della polizia veterinaria permette il passaggio da una specie a un’altra nel caso in cui un farmaco non fosse stato ancora messo in commercio per la specie a cui si fa riferimento.
Questo tuttavia non può essere preso come “prova”, dato che se deligittimiamo la vivisezione in sè, che è regolata da leggi nonostante fallisca miseramente, la mera esistenza di una legge non coincide per forza con la realtà delle cose.

Il professore insiste nella sua posizione, citando diversi casi, peccato che si contraddica nelle sue stesse affermazioni, leggiamo infatti sull’amoxicillina/acido clavulanico: “non deve essere utilizzata in conigli, cavie e criceti e deve essere utilizzata con cautela in tutti gli altri piccoli erbivori”.
Come hanno saputo che ha effetti nocivi su questa specie, se non attraverso fallimenti? Ergo nella sua stessa dichiarazione di legittimità dello scambio interspecie di farmaci, ammette già la sua fallacia.
Per il paracetamolo, dice: “nel cane deve essere utilizzato con attenzione come analgesico per via orale”… perchè nel cane sì e in altri animali no? Ovviamente perchè si ha ancora a che fare con variabili diverse e con informazioni specie-specifiche. Questo è confermato da un’altra sua affermazione: “è controindicato l’impiego nel gatto a qualsiasi dosaggio”. Inoltre, l’LD50 per il ratto è di 2,400 mg/kg mentre per il topo è di 340 mg/kg.

2) Sulla validazione dei metodi alternativi, un altro dottore afferma: “prevede i tre parametri Reliability, Reproducibility, Predictivity” ma anche, sulla validazione da parte del Centro Europeo per la Validazione dei Metodi Alternativi (ECVAM): “tale iter non è realisticamente applicabile a tutti i modelli in vitro o in silico utilizzati ogni giorno nei diversi settori”. Tuttavia ciò che richiediamo non è la validazione da parte dell’ECVAM, bensì test che affermino alti parametri di “Reliability, Reproducibility, Predictivity” per i test su animali.
Da chi accetta esperimenti come la LD50 (dose letale per il 50% delle cavie) la frase “non sarebbe eticamente accettabile ripetere N volte un esperimento su animali solo per valutarne la riproducibilità” sembra proprio una scusa.
E c’è da chiedere, alla sua obiezione: “bisogna considerare che ogni sostanza saggiata in un modello animale è diversa da qualunque altra”… come mai in ambito soprattutto tossicologico, in cui vengono accettati test su svariate sostanze per i metodi alternativi, questo procedimento è valido e per la SA no? Eppure anche in quel caso le sostanze sono differenti.
All’affermazione “la validità scientifica di un modello in-vivo si misura in termini di traslazionalità nei confronti dell’uomo, ovvero, in termini di predittività di eventi accaduti nell’uomo ed è tanto più robusta quanto più la casistica si arricchisce”, ci chiediamo se divenga meno robusta per ogni fallimento, ma evidentemente non succede. Ovviamente per questi signori una sostanza che non funziona è solo “un raro caso”, ma ogni altra che coincide per puro caso è “una prova” (ricordo che il 92% delle sostanze che passano i test su animali non passano quelli su umani e che la predittività del modello animale è circa del 30%, meno di un lancio di una monetina).

La ciliegina sulla torta è questa: “non esistono antivivisezionisti scientifici. Lo dimostra la totale assenza di lavori pubblicati su riviste peer reviewed.”
Evidentemente l’autore di questa frase non conosce Claude Reiss, per 35 anni direttore di ricerca in biologia molecolare al Cnrs (centro nazionale della ricerca scientifica francese), che ha 185 pubblicazioni scientifiche peer reviewed (su pubmed: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed?term=Reiss%20C%5BAuthor%5D&cauthor=true&cauthor_uid=12054634 ). Qui la sua opinione sui test su animali: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/test-sugli-animali-inutili-e-dannosi/2180834
E neanche Thomas Hartung, 222 pubblicazioni scientifiche peer reviewed (su pubmed: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed?term=thomas%20hartung ), ex direttore dell’ECVAM e attuale direttore del CAAT (Center for Alternative Animal Testing) e professore alla John Hopkins University, che nel 2005 su Nature ha definito la Sperimentazione Animale “cattiva scienza”.
Solo per citarne alcuni!

3) Nella terza, in cui viene affermato che modificare i geni degli animali per avvicinarli all’uomo presuppone la non-validità dei modelli animali stessi, si risponde con un’affermazione che mi fa sorridere (sembrando più simile a quella di una gag o di un santone indiano in preda a una domanda difficile): “la domanda non è posta in maniera corretta.” E di qui si passa all’elenco dei casi in cui l’uso di “animali frankenstein” è risultato compatibile con il risultato umano (senza però nominare l’enorme numero dei fallimenti!).
Tuttavia, più in generale, l’animale modificato geneticamente ci fornisce informazioni poco utilizzabili, per due motivi: il primo è che l’ingegneria genetica è “approssimativa”: una caratteristica raramente è codificata da un gene preciso e la manifestazione fenotipica è influenzata da troppe variabili biologiche. Non è infrequente che, inserendo nel DNA di un animale un gene che determina un’espressione, si ottengano inaspettatamente una serie di effetti diversi (esempio: i suini di Beltsville, che con la modifica genetica avrebbero dovuto avere solo un’anomalia maggiorativa nell’accrescimento, in realtà manifestarono una miriade di patologie che apparentemente non avevano rapporto col gene trasferito che codificava la somatotropina). Il secondo motivo è che una malattia, ottenuta per manipolazione genetica dell’animale, potrebbe non avere niente a che fare con quella presunta speculare nell’uomo.
Questa pratica, quindi, può essere molto pericolosa sia perché esistono delle divergenze evolutive e lo stesso gene può avere funzioni diverse in 2 specie differenti, sia perché potrebbero attivarsi dei meccanismi compensatori della modificazione indotta, ai fini di mantenere l’omeostasi.

4) Nella quarta domanda, si chiede perchè si debba sperimentare su umani se gli animali sono così predittivi come si afferma. A questa Garattini risponde dicendo che le sostanze che non passano i test su animali vengono scartate e non riproposte in fase clinica sull’uomo.
Tuttavia questa non è una giustificazione, perchè, se di quelle che passano su animali, sull’uomo il 92% fallisce, siamo sicuri che quello che si scarta siano sostanze nocive o piuttosto semplicemente sostanze? Se la predittività del modello animale è inferiore rispetto a quella di una moneta, sto semplicemente togliendo farmaci a casaccio. Ovviamente questo non aiuta, riduce il numero certamente, ma senza dare nè sicurezza nè certezze.
Dice anche: “in alcuni casi accade che i risultati negli animali non siano riproducibili nell’uomo, ma anche questi risultati sono utili perché stimolano riflessioni che ci aiutano a migliorare i modelli sperimentali e ad approfondire le conoscenze” e noi ci chiediamo in che modo possano essere utili per l’uomo, dato che se il modello che non funziona è l’animale stesso, riprovando sull’animale, si otterrà sempre un risultato casuale e quindi inutile.
Afferma: “gli animali non sono l’uomo, sono un “modello”, il migliore che abbiamo a disposizione per non andare alla cieca sperimentando nell’uomo”, ma si rende conto che se un modello sbaglia in più del 90% dei casi è questo andare alla cieca?
E se il modello non va bene, perchè non va bene un test che sbaglia nella quasi totalità delle volte, perchè piuttosto che sprecare soldi, truffando con false speranze la gente, non si inizia ad avviare il processo di validazione dei metodi alternativi disponibili, ad usare solo cellule umane nei test in vitro (che attualmente usano invece per la maggior parte delle volte cellule animali, solo 2D e in maniera disorganizzata) e a puntare almeno il 10% dei fondi che si danno a questa ricerca futile, fuorviante e non-predittiva chiamata s.a. o vivisezione, a quella per lo sviluppo dei metodi alternativi? Il fatto è che non si vuole trovare una soluzione, non importa cambiare modelli inefficaci, tanto saranno i volontari e i malati umani a farne le spese, quando il modello animale non funziona. Sono loro le vere cavie.

5) Nella quinta si chiede come mai non sia possibile entrare nei laboratori, al che un dottore risponde citando determinati criteri con cui è possibile visitarli una volta “ogni morte di papa”. Tuttavia, ciò che ci chiediamo, in questa sede, è perchè, se qualora ci fossero problemi nell’entrata fisica nel laboratorio, è pressocchè impossibile accedere alle cassette delle sperimentazioni? Perchè presupponiamo che vengano registrati questi test, altrimenti come si farebbe a controllare eventuali abusi (che ogni volta che un filmato è sfuggito si sono ritrovati quasi regolarmente)?
Inoltre, nel testo si afferma che spesso “l’informazione (in audio o in video) viene distorta per poter essere funzionale ad una precisa teoria, come nel caso delle immagini vecchie di almeno 30 anni , se non addirittura clamorosamente false, che continuamente vengono utilizzate da chi vuole a tutti i costi dimostrare una violenza che non esiste”
Al che ci chiediamo: non esiste forse violenza nell’LD50, che consiste nel sottoporre delle cavie a una sostanza tossica che ne uccida la metà? Non v’è violenza nell’immettere un tumore in un animale? Non esiste violenza nel Draize test, in cui le sostanze vengono immesse nell’occhio dei conigli facendolo spesso andare in necrosi? Non v’è violenza nello strappare una scimmietta da sua madre e sostituirla con una madre artificiale? Non è una violenza immettere nel cervello di un individuo degli elettrodi a cui dare scosse? Non è violenza farli ammalare di alzheimer, AIDS e altre infermità? Non è una violenza immettere pillole, iniezioni, sostanze in un animale con la forza? Non è violenza tenerlo rinchiuso in una gabbia sotto la luce artificiale per 12 ore al giorno e poi al buio più pesto?
E, riguardo al termine vivisezione, esso indica nell’accezione più ampia tutta la sperimentazione animale, come dimostrato dall’Encyclopædia Britannica e dal vocabolario Treccani, ma soprattutto si continua ad usare questo termine per riallacciarsi storicamente ai vivisettori che iniziarono a impiantare come un cancro queste torture nel sistema medico, che adesso sono confluite nell’attuale sperimentazione animale, anch’essa crudele come la sezione in vivo.

6) La sesta domanda, dove si afferma che il 51% dei farmaci commercializzati negli USA presenta gravi reazioni avverse che non si erano verificate nei test sugli animali, viene così criticata: “a noi medici mancherebbe il dato di tossicità nell’animale e ci troveremmo a testare il farmaco su uomini e donne, senza avere i dati prima in altri organismi viventi”, tuttavia ciò non corrisponde al vero, perchè anche se un animale è un sistema complesso, proprio in quanto sistema complesso ha in sè un insieme di variabili che ne fanno cambiare il risultato a seconda della specie, e, in misura nettamente minore, a seconda dell’individuo. Un esempio sono i diversi valori di tossicità tra ratto e topo:
per il tetracloruro di carbonio la LD50 del rattoo è 2,350 mg/kg e quella del topo è 8,260 mg/Kg; Destropropossifene HCl: Ratto: 84, Topo: 225; Diclorometano: Ratto: 1,600 – Topo: 873; Difenilidantion: Ratto: 1,640 – Topo: 150; Etanolo: Ratto: 7,060 – Topo: 3,450; Cloruro di mercurio: Ratto: 1 – Topo: 6; Nicotina: Ratto: 50 – Topo 3; Ossalato di sodio: Ratto: 11,200 – Topo: 5,100; Thioridazina HCl: Ratto: 995 – Topo 385 e così via.
Ci chiediamo dunque a che serva conoscere “possibili effetti sul fegato, reni e cuore” se il risultato nella stragrande maggioranza delle volte sarà diverso sull’uomo. Soprattutto a seguito dello studio MEIC (Multi Evaluation of in vitro Cytotoxicity), condotto a cavallo tra gli anni 80 e 90, che venne eseguito per verificare la capacità predittiva delle colture cellulari umane rispetto agli animali nei test di tossicità, sulla base di alcuni dati noti di tossicità di alcune sostanze sull’uomo, in cui si dimostrò che una batteria di tre saggi su colture di cellule umane era maggiormente predittiva, economica e pratica degli studi condotti su animali.
Lo stesso dottore che ha espresso la critica si chiede se sarebbe corretto dire, senza S.A., ad una persona: “Penso che questa sostanza potrebbe aiutarla, ma non so esattamente quanto fa bene e, soprattutto, quanto fa male, non so bene il dosaggio, non l’abbiamo mai sperimentata e lei è il primo essere vivente che la prova. Auguri.”
Ma questa è la stessa cosa che si potrebbe dire anche oggi, infatti se il 92% delle sostanze non passano i test su umani dopo quelli su animali, sarebbe corretto dire: “Signora, vuole assumere questa sostanza? Bene, ma sa, il dosaggio non sappiamo se è quello, e c’è il 92% di probabilità che vada male. Auguri”… quanti accetterebbero davvero? E’ questa una soluzione? A me sembra proprio di no.

7) Nella settima domanda, si chiede giustamente perchè, se siamo molto più diversi dal topo rispetto alla scimmia, si usino maggiormente i primi rispetto alle seconde.
In sintesi, rispondono dicendo che, dato che necessiterebbero di grandi numeri, scelgono animali allevabili in grandi numeri come i topi. Questo però significa semplicemente non spendere molto per altrettante scimmie, ed eludendo per un secondo il discorso etico, questo ragionamento è più economico o scientifico?
Affermano: “anche se il genoma dei roditori non è uguale a quello dell’uomo, è comunque largamente sovrapponibile”, peccato che nello scimpanzè, molto più vicino all’uomo del topo, la differenza genetica dell’1-2%, nella creazione delle proteine, diviene un 80% di discordanza.
Tornando ai modelli murini, le 2 specie (uomo e topo) si sono diversificate circa 65 milioni di anni fa e il sistema immunitario dei roditori si è adattato a proteggere un piccolo animale, con una durata di vita breve e che vaga dappertutto, con il naso infilato nei rifiuti. La ricerca così condotta, spesso lascia i pazienti in difficoltà, come afferma anche il Dr. Davis, direttore dell’Istituto di Immunologia e Trapiantologia dell’Università di Stanford (CA), cattedra di microbiologia ed immunologia : “Centinaia di test clinici sono stati basati sulla cura del topo, ma quasi nessuno ha portato a delle cure per la specie umana”.
Prendiamo il caso della proteina basica della mielina (MBP). Iniettare tale proteina nel topo causa una condizione simile alla sclerosi multipla, che può essere prevenuta con dosi di proteine che sopprimono la reazione immunitaria alla MBP. Ma i test clinici (quindi su esseri umani) di queste proteine protettive furono interrotti perché peggioravano la condizione di alcuni pazienti affetti da sclerosi multipla.
“Gli studi sui topi sono molto eleganti ed eccellenti, ma non rispecchiano i bisogni della popolazione (umana)”, afferma Jacques Banchereau, direttore dell’Istituto Baylor per la ricerca immunologica di Dallas, Texas.
Inoltre, il modello murino di distrofia muscolare umana si è rivelato un fallimento: due differenze precedentemente non notate (un interruttore genico, o promotore, e un nuovo sito di legame per la sintrofina) sono codificate dal gene per la a-distrobrevina di quasi tutti i tetrapodi, eccetto che nel topo e nel ratto.
Gli animali infatti, uomo compreso, sono tipici esempi di sistemi complessi a molti livelli, dotati di proprietà emergenti, modulari e non lineari. Una perturbazione nel sistema S1 che provoca un effetto A, non necessariamente porterà allo stesso effetto A nel sistema complesso S2, a prescindere da quanto “simili” possano essere i sistemi S1 ed S2.
I motivi per cui i sistemi viventi possono manifestare risposte diverse agli stessi stimoli sono differenze rispetto alla presenza di determinati geni, mutazioni sullo stesso gene (geni ortologhi), proteine e loro attività, regolazione genica, espressione genica, interazioni proteina-proteina, reti regolatrici geniche, organizzazione e struttura dell’organismo in toto (uomo e topo sono entrambi sistemi intatti e completi ma lo sono in modo diverso), stimoli ambientali e storia evolutiva.
Queste sono alcune delle importantissime ragioni per cui due sistemi complessi anche sorprendentemente simili (ad esempio uomo e scimpanzé che condividono ben il 98,5% dei geni) possono reagire in modo diverso alla somministrazione di un farmaco, di un vaccino, nello sviluppo di un processo patologico o nel contatto con un agente patogeno.

Infine, viene affermato: “per quei casi particolari in cui la risposta data dai roditori non è sufficiente (es. vaccino contro l’AIDS) allora si rende necessario anche l’uso dei primati, nel minor numero possibile”. Peccato che spesso e volentieri fallisca anche sui primati non umani! Gli scimpanzé infatti, la specie più affine all’uomo filogeneticamente, sono stati impiegati fin dai primi anni ‘80 come modello di studio per l’infezione da HIV (virus responsabile dell’immunodeficienza umana – AIDS), epatite c ed altre patologie ma nessuno di questi studi ha avuto una significativa rilevanza per la specie umana.
Perchè continuare dunque con un modello completamente casuale, random e quindi inutile e fuorviante?

8) Nell’ottava domanda si chiede come sia possibile ottenere risultati riproducendo malattie che impiegano anni a venire nell’uomo in roditori che vivono sì e no 2-3 anni.
Al che un ennesimo dottore risponde: “se la complessità di una patologia che impiega, nell’uomo, decenni a svilupparsi non può essere riassunta completamente in un modello animale, alcuni aspetti parziali relativi al target farmacologico, al meccanismo d’azione alla biodisponibilità sono certamente acquisibili solo in un organismo vivente”
Tuttavia gli animali forniscono studi di biodisponibilità (la frazione del farmaco pronta ad esplicare il suo effetto terapeutico) inattendibili, alcuni farmaci che mostrano alti livelli di biodisponibilità nel cane hanno una biodisponibilità molto bassa nell’uomo e viceversa, ciò è vero indipendentemente dalla specie animale o dal tipo di farmaco. Alcuni valori di biodisponibilità sono simili tra le specie considerate ma nel complesso non esiste alcuna correlazione tra i valori di biodisponibilità riscontrati negli animali e nell’uomo. Questo avviene soprattutto per differenze riguardanti: anatomia/fisiologia del tratto gastrointestinale; tempo di transito gastrointestinale; volume delle secrezioni gastrointestinali; pH dei secreti; sali biliari; permeabilità intestinale e metabolismo.

Ricordo che i risultati potenzialmente fuorvianti degli studi di biodisponibilità si sommano ad ulteriori errori ed imprecisioni derivanti dagli studi di tossicità. E’ dunque utile? O semmai fuorviante?

9) Nella nona domanda si chiede come sia possibile ottenere risultati concreti negli studi sulla mente su animali che non parlano.
Come risposta si citano le tecniche di condizionamento operante, che tuttavia tengono conto solo del comportamento.
In psicologia, dalla nascita del neo-comportamentismo, ci si è resi conto che tra lo stimolo e la risposta allo stesso vi sono delle “variabili intervenienti”, che rappresentano la mente, che al tempo del comportamentismo era considerata una “black box”, una scatola nera impossibile da conoscere.
Nell’animale è lo stesso, quelle variabili non sono conosciute, pertanto l’analisi del comportamento è sterile, se non per i livelli basilari che tuttavia sono conosciuti da sempre. E’ anche per questo motivo che si distaccò dal comportamentismo, nella psicologia scientifica moderna, il cognitivismo, che si prefiggeva di conoscere quella “black box”, quella scatola nera che i comportamentisti, così come gli attuali vivisettori, ignoravano deliberatamente.
Si citano malattie degenerative, ma il modello animale ha fallito miseramente svariate volte, ad esempio lo scorso febbraio uno studio della Case Western Reserve University riferì che un farmaco aveva eliminato rapidamente i grumi di proteine note come beta-amiloide (caratteristiche dell’Alzheimer) dal cervello di topi con una versione della malattia. Poichè il farmaco era già sul mercato, approvato come trattamento per il linfoma, i medici hanno potuto prescriverlo immediatamente nel cosiddetto modo off-label [non previsto dall’etichetta, cioè con l’approvazione per una diversa patologia] per l’Alzheimer. E migliaia di famiglie l’hanno chiesto, comprensibilmente. Tuttavia questo farmaco non si è rivelato la cura miracolosa per l’Alzheimer su cui molti avevano sperato e ben due studi usciti ad agosto sul New England Journal of Medicine mettevano in guardia le famiglie delle vittime di Alzheimer dal cercare di trattarle con Targretin (nome generico: bexarotene).
Altri esempi sono la SLA ( http://www.nature.com/news/2008/080807/full/454682a.html ), ancora Alzheimer (Blennow, K., M. J. de Leon, and H. Zetterberg. 2006. Alzheimer’s disease. Lancet 368 (9533):387-403), Sclerosi Multipla (Rice J., Animal models: Not close enough. Nature. 2012 Apr 12;484(7393):S9) solo per citarne un paio.

Ancora i critici fanno: “le manipolazioni che essi permettono non sono eticamente e legalmente possibili nell’Uomo”, e qui ci si chiede, perchè dovrebbero essere etiche per gli animali? Per ottenerci cosa, da questi crudeli esperimenti? Altri fallimenti? Puntare sullo sviluppo di alternative senza attaccarsi come una cozza allo scoglio denominato SA proprio no? Vogliamo ancora e ancora perdere tempo e soldi (se non vite) in modelli inutili e fuorvianti?

10) Nella decima risposta si afferma che la commercializzazione non avviene se il farmaco non passa i test su
animali… tuttavia, l’aspirina, farmaco utilizzato da oltre 100 anni per una grande varietà di affezioni, la dobbiamo al fatto che allora non esisteva l’obbligo di testare i candidati farmaci sugli animali. L’aspirina è infatti tossica e teratogena per la quasi totalità dei mammiferi e con ogni probabilità sarebbe stata eliminata in fase pre clinica. [http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20105011]
Si fa questa affermazione poi sul talidomide: ” il caso della talidomide che ha provocato gravi malformazioni nell’uomo, non prevedibili perché il farmaco non era stato studiato su cavie in stato di gravidanza.”
peccato che anche quando furono fatti studi successivi sul talidomide, le dosi di teratogenicità al talidomide erano completamente diverse da quelle sull’uomo. Il che significa che se avessero provato su cavie in gravidanza, il farmaco sarebbe passato comunque.
I roditori poi – animali che sarebbero stati utilizzati per degli ipotetici test su animali gravidi in quell’epoca, gli stessi animali utilizzati per i test di tossicità acuta e cronica che furono invece eseguiti – tendono ad essere resistenti all’effetto del talidomide e che per provocare degli occasionali effetti teratogeni sono necessarie delle dosi di talidomide relativamente elevate se rapportate alle MTD (massime dosi tollerate dall’adulto). Si tratta comunque di dosaggi molto lontani da quelli impiegati in regime terapeutico per l’uomo: 31 mg/Kg che è la più bassa dose di talidomide in assoluto in grado di provocare occasionali effetti teratogeni nel topo o nel coniglio (i dosaggi variano da ceppo a ceppo, da razza a razza, anche in modo significativo!) equivale per l’uomo all’assunzione di circa 30 compresse da 100 mg di talidomide al giorno, per tutta la durata del periodo dell’organogenesi, ovvero 6 settimane durante la gravidanza.
Cosa si sarebbe potuto dedurre sul potenziale rischio teratogeno per l’uomo in questi termini, alla luce delle osservazioni sugli animali? Verosimilmente poco o nulla.

Grazie dell’attenzione 🙂

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