Probabilità e validazione

Recentemente si è discusso molto sul famoso dato del 33% (di cui parlavamo in questo articolo), addirittura qualcuno lo ha criticato, affermando che si trattasse di probabilità condizionata.
Secondo questi detrattori, infatti, il dato del 33% non conterebbe tutti i vari farmaci che l’animale ha scartato e che quindi non sono arrivati all’uomo.
Tuttavia, contando la minima traslazione, si può affermare con una certa sicurezza che le sostanze scartate dall’animale non saranno per forza nocive, anzi, non sapremo mai quanti e quali farmaci utili per curare patologie umane sono stati cestinati perchè sugli animali risultavano essere dannosi.
In ultima analisi, dunque, l’animale scarta sostanze, non sempre sostanze nocive (o almeno non si ha la certezza che lo siano), d’altra parte, poi, questi stessi dati (che i detrattori additano quale “probabilità condizionata”) sono quelli che vengono calcolati anche negli studi di validazione, pertanto i punti di riferimento per stabilire se i test su animali siano o meno “validi” devono per forza essere i minimi valori predittivi che consentano ad un metodo di non essere scartato.
Riportiamo qui uno scambio di mail tra un nostro sostenitore e il dott. Thomas Hartung, ex direttore dell’ECVAM, centro europeo per la validazione dei metodi alternativi, a cui è stato chiesto quali fossero i minimi valori di predittività sotto i quali un metodo viene scartato.
Ha risposto che in generale l’accuratezza che ci si aspetta debba essere al di sopra dell’80-90%, che il tasso di falsi positivi e di falsi negativi è anch’esso molto importante, così come l’affidabilità e la valutazione di quanto sia rilevante per gli esseri umani.
Conclude dicendo che quindi i dati che ci forniscono gli animali sono problematici.

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Considerato tutto questo, i test su animali, qualora subissero un processo di validazione (retrospettiva), sarebbero subito scartati.

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