Nella mente del vivisettore: perchè è sbagliato parlare di cattiveria

Come nasce un “vivisettore”?
Qual è il sistema che v’è dietro a tutto questo? 
Un’analisi psicologica del fenomeno “sperimentazione animale”

Come nasce un vivisettore? E’ forse una persona che “odia gli animali”? Un “sadico”, come ho spesso sentito dire? Chiariamo fin da subito che la risposta è NO.

Per capire l’indottrinamento che v’è dietro il nostro sistema educativo e lavorativo, dobbiamo partire dall’istruzione universitaria.

I futuri studenti che svolgeranno attività di sperimentazione su animali non sono solitamente diversi dagli altri, nè hanno una particolare indole al maltrattamento verso queste creature, semplicemente gli vengono proposti testi che – per ovvie ragioni – riportano spesso solo i “successi”, solo quegli studi che hanno effettivamente avuto un risvolto sulla salute umana e animale.

Questo che significa? Vuol dire che questi ragazzi non leggeranno mai di “fallimenti del modello animale”, vuol dire che vedranno sempre come un'”eccezione” quella che poi – ad un’analisi più approfondita – si rivela essere invece la norma, ovvero la mancanza di predittività del modello animale.

Tutti gli studenti avranno letto la scoperta di questo o di quel farmaco “sperimentato su scimmie” od “ottenuto successivamente alla ricerca su animali”, ma quanti di questi conoscono pubblicazioni che affermano che la “ricerca su animali” ottiene un risultato utile sull’uomo all’incirca in un caso su 25 000? [Crowley WF Jr. Translation of basic research into useful treatments: how often does it occur? Am J Med. 2003 Apr 15;114(6):503-5.]
Quanti di questi studenti sanno che dell’ “innumerevole numero di farmaci che dobbiamo alla sperimentazione animale” il 92% è fallito in fase clinica, ovvero su volontari umani, risultando tossico o inefficace? [Innovation or Stagnation: Challenge and Opportunity on the Critical Path to New Medical Products. U.S. Department of Health and Human Services. Food and Drug Administration. March 2004]

Vi rispondo brevemente: NESSUNO.

Questo perchè i testi sono “manomessi”? No, semplicemente perchè non c’è alcuna utilità nello spiegare un esperimento fallito agli studenti, sarebbe solo una mole di studio in più che “nessuno vuole”.

A ciò vanno aggiunte alcune considerazioni sull’argomento sia di professori – a loro volta convinti dell’utilità della sperimentazione animale – che di libri scritti spesso da ricercatori pro-s.a. che questi stessi giovani leggeranno e spesso dovranno anche ripetere.

Riportiamo un esempio tratto dal libro “Neuroscienze. Esplorando il cervello” di Bear, Connors e Paradiso:

I diritti degli animali. La maggior parte delle persone accetta la necessità della sperimentazione animale per l’avanzamento delle conoscenze, purchè venga eseguita con umanità e con debito rispetto per la tutela degli animali. Ad ogni modo, una minoranza rumorosa e sempre più violenta lotta per l’abolizione totale dell’uso di animali a beneficio dell’uomo, compresa la sperimentazione. Queste persone aderiscono ad una posizione teorica detta dei “diritti degli animali”. Secondo questo modo di pensare, gli animali godono degli stessi diritti legali e morali dell’uomo.

Un amante degli animali che simpatizzi con questa posizione dovrebbe riflettere su alcuni punti. Sarebbe disposto a rinunciare per sè e per la propria famiglia alle tecniche mediche sviluppate sugli animali? La morte di un topo può essere equivalente a quella di un uomo? Tenere un animale domestico è l’equivalente morale dell’avere uno schiavo? Mangiare carne è, dal punto di vista morale, equivalente ad uccidere un uomo? Non è etico uccidere un maiale per salvare la vita di un bambino? Il controllo della popolazione dei topi nelle fogne o della popolazione degli scarafaggi nelle case ha l’equivalenza morale dell’Olocausto? Se la risposta a una qualunque di queste domande è no, allora non aderiamo alla filosofia dei “diritti degli animali”. 

Ci rendiamo conto di ciò che devono leggere questi studenti?
A parte la completa banalizzazione e demonizzazione della filosofia dei diritti degli animali (spesso coincidente con l’antispecismo), che asserisce solo che in quanto essi sono esseri senzienti come noi non dovrebbero essere sfruttati e che rifiuta pertanto i principi di discriminazione individuabili nell’intelligenza o nella forza già in altri contesti rigettati dalla società, che viene sminuita e distorta in frasi come “Il controllo della popolazione dei topi nelle fogne o della popolazione degli scarafaggi nelle case ha l’equivalenza morale dell’Olocausto?” c’è un altro dato importantissimo.

Non vi è alcun accenno all’esistenza di un’opposizione scientifica all’uso di animali negli esperimenti.

“Va bene”, direte voi, “ma avranno una loro etica?”

Per spiegare questo aspetto, cito un esperimento, quello di Milgram, che ci conferma, tra le altre cose, quanto possa essere forte la pressione dell’autorevolezza della scienza (o di quella che le persone ritengono sia scienza) sul comportamento umano:

40 partecipanti, pagati appena 4,50 $, furono reclutati tramite annunci di giornale per partecipare ad un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento.

Ogni partecipante si calava nel ruolo di un “insegnante” che doveva fornire una scossa elettrica (che andava dai 30 volts fino ai 450) ad uno “studente” (in realtà un attore) ogni volta che fosse stata prodotta una risposta errata.

Queste persone non furono mai trattenute fisicamente, potevano andarsene, l’unica cosa che dicevano i ricercatori era: “continua, per favore”, “l’esperimento richiede che tu continui”, “è assolutamente essenziale che tu continui” e “devi andare avanti”.

Ebbene, i risultati furono sbalorditivi: la scossa massimale media inflitta ai soggetti fu di 360 V e il 62,5% dei soggetti (ben 2 su 3!) aveva obbedito fino all’ultima scossa (450 V).

Se queste persone – gente normalissima – fecero (o meglio, credettero di fare, dato che si trattava di simulazioni senza che loro lo sapessero) simili gesti su esseri umani, perchè crediamo che una pressione come quella che abbiamo avuto modo di conoscere, effettuata da niente di meno che ciò che la maggior parte della gente ritiene sia “un’autorità scientifica”, non dovrebbe condizionare altrettante persone “normali” a compiere gesti inaccettabili su animali innocenti per un risultato clinico pressoché nullo o casuale?

Pertanto definire i “vivisettori” delle persone “malvagie”, “sadiche” o “cattive” è non solo sbagliato, ma anche una semplificazione non da poco.

“Persone normali, che fanno il loro lavoro e senza alcuna particolare ostilità nei confronti delle vittime, possono diventare terribili parti attive in un processo di distruzione: anche quando gli effetti si rivelano in tutta la loro gravità, poche persone hanno le risorse necessarie per resistere ad una autorità” (Milgram, 1974).

 

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2 risposte a “Nella mente del vivisettore: perchè è sbagliato parlare di cattiveria

  1. io anche ho scritto di Milgram e vivisettori, ma arrivando a conclusioni diverse (e suggerendo una via di uscita) http://asinusnovus.wordpress.com/2012/05/21/arbitrio-detenzione-sadismo/

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