Quando la Scienza reclama il suo posto. I.O.S.A. risponde a Marco Maurizi e a Leonardo Caffo

Vi è sempre stata una diatriba tra coloro che sono sostenitori della critica etica alla sperimentazione animale e chi invece appoggia l’opposizione scientifica ai test su animali, ma recentemente vi è stato chi ha voluto “unire” le due fazioni, in un nuovo antivivisezionismo, quello “politico”.

Questo qualcuno è Marco Maurizi, che ha esposto le sue idee nell’articolo Verso un antivivisezionismo politico, pubblicato su Asinus Novus.

Andiamo dunque a riportare alcuni passi del testo e a commentarlo:

“La posta in gioco nel dibattito tra antivivisezionismo etico e scientifico [1] non è solo una lotta per una corretta impostazione etica. Esso rientra dentro una battaglia più ampia che riguarda il modo in cui occorre comprendere e cambiare i rapporti sociali nel loro complesso poiché la scienza è un fenomeno sociale come tutti gli altri.”

In realtà i rapporti sociali non hanno una vera centralità in questo dibattito, l’uso o meno dell’animale negli esperimenti scientifici dipende in primis dallo scopo assegnatogli, ovvero quello di fornire risposte predittive per tutelare i successivi volontari clinici e consumatori.

Dunque, ancora prima dell’etica e dei rapporti sociali, ciò che andrebbe discussa è la riuscita o mancata conformità agli scopi prefissati del metodo, in secondo luogo l’etica e solo infine i rapporti sociali nel loro complesso.
Considerato poi che la critica scientifica alla sperimentazione animale (SA) riesce coerentemente a demolire le giustificazioni all’utilizzo di queste creature, non si vede il motivo per cui continuare a sostenere la necessità di una critica etica o, ancora peggio, politica.

“In effetti, lungi dall’essere un’impresa a-morale, la ricerca scientifica è già oggi guidata da principi etici (tabù della sperimentazione sull’uomo) ed economici (gli interessi delle multinazionali); da questa semplice constatazione deriva che l’opposizione tra antivivisezionismo etico e scientifico deve essere superata. “

Ci sarebbe un po’ da ridire sugli “interessi delle multinazionali”, una sentenza che inserita nel discorso senza argomentazioni perde abbastanza di senso, ma sorvoliamo.

Per quanto riguarda la sperimentazione sull’uomo, prima ancora che per motivi etici, è sconsigliata soprattutto per motivi scientifici.
Infatti alla classica obiezione degli animalisti, “perché non sperimentate su pedofili e assassini?”, viene risposto che i numeri non sono sufficienti per coprire tutte le sperimentazioni e che l’uomo ha un ritmo di riproduzione troppo lungo per le finalità degli esperimenti, prima ancora di stabilire se sia o meno etico utilizzare un essere umano.

“L’antivivisezionismo etico e quello scientifico possono infatti trovare un terreno di convergenza nell’idea politica di una società non specista.”

Perché mai una persona che contesta la predittività della sperimentazione animale dovrebbe per forza essere antispecista? Se i motivi sono quelli del progresso scientifico e della maggiore tutela della salute umana, non si vede il motivo di abbracciare questa teoria.

“il pragmatismo degli antivivisezionisti scientifici che sperano di “fare presa” sul pubblico usando il linguaggio scientifico è del tutto illusorio: chi ha in mano le chiavi della ricerca ha anche il potere mediatico ed economico di apparire “più scientifico” degli antivivisezionisti e il grande pubblico non ha gli strumenti adeguati per giudicare la questione nel merito”

A questo punto si potrebbe obiettare che il potere mediatico ed economico farebbe apparire anche la questione degli antivivisezionisti etici “meno giusta” rispetto a quella dei pro-SA.
In secondo luogo, una volta che viene informata la popolazione in base a dati inequivocabili, è difficile che le giustificazioni dei pro-SA, impattando con la realtà dei fatti, appaiano vincenti.

“Certo è che giungere ad una visione antispecista della sperimentazione occorrerebbe collocare tale fenomeno dentro una visione politica più ampia posto che l’antispecismo non si prefigga semplicemente di “salvare singoli animali” ma di decostruire la società specista nel suo complesso.”

Questo presuppone che l’opposizione alla SA sia per forza un’opposizione antispecista, ma perché mai un anti-SA per ragioni scientifiche dovrebbe essere anche antispecista?

“Recentemente mi è capitato di constatare la difficoltà che un antispecista etico ha nell’affrontare la domanda – banale ma ineludibile – su cosa si farà dopo l’abolizione della vivisezione. […] Questo è il punctum dolens dell’antivivisezionismo etico. La posizione etica predica e predice l’abolizionismo ma non ha una risposta positiva su cosa ne sarà dell’impresa scientifica come tale. […] L’antivivisezionismo scientifico non ha questo problema perché esso accetta il presente rapporto scienza/società e pretende solo purificarlo dalla “falsa scienza” lasciando il resto immutato. Benché però non analizzi il rapporto scienza/società esso ha il pregio di vedere alcuni elementi del contesto storico e sociale in cui la scienza opera (benché in modo troppo spesso approssimativo e banalizzato). Occorre invece collocare la vivisezione nella dimensione storico-sociale che le è propria (“storia del dominio nella fase capitalista”) e leggere la soluzione al problema della sperimentazione all’interno di un processo globale di liberazione (cioè di uscita dalla storia del dominio).”

Anche in questo caso manca un passaggio: perché mai, se riusciamo a smontare la legittimità della sperimentazione animale sulla base della sua utilità, dovremmo andare a operare un cambiamento della società (del cui successo, in aggiunta, non abbiamo alcuna prova)? Perché si è antispecisti? Come detto prima, un anti-SA può anche non essere antispecista.

“Ora, posti in questa prospettiva, argomenti apparentemente “impuri” da un punto di vista etico (denuncia del rapporto industria/ricerca, la salute umana ecc.) guadagnano un loro diritto in una logica antispecista “allargata” (non “annacquata”, ma determinata e concretizzata in senso storico-politico).”

Perché non usare allora direttamente quegli argomenti, sorvolando l’aspetto etico, che diventa un inutile surplus?

“Ora, finché si rimane ancorati all’attuale costellazione di scienza e società non c’è via di uscita e la domanda: “ma allora cosa bisogna fare se si abolisce la sperimentazione animale?” non può ottenere risposta.”

Non è vero, anzi, solo attraverso la scienza possiamo conoscere e quindi comunicare agli altri l’esistenza di metodi alternativi.

“È chiaro infatti che non si può discutere seriamente (e in modo davvero libero) di sperimentazione, di abolizione delle cavie ecc. se non vengono prima messi in discussione i seguenti elementi (alcuni dei quali individuati dall’antivivisezionismo scientifico seppure in modo slegato e confuso):

– ogni discussione e dibattito deve essere informato, bisogna mettere i soggetti in grado di scegliere in modo consapevole: ciò implica una totale trasparenza e pubblicità circa le prassi sperimentali in atto (cosa che gli sperimentatori non vogliono perché sanno bene gli effetti che ciò avrebbe)

– la ricerca deve essere sottratta alla competizione e al sovvenzionamento privato, deve essere cooperativa, solidale. Parte delle energie materiali e intellettuali devono essere investiti nella ricerca “pura”, cioè destinate ad attività di non immediata utilità pratica (tra cui rientra di diritto anche la ri
cerca di nuovi metodi di ricerca…)

– prima di sperimentare su cavie (umane e non umane) e produrre farmaci occorrerebbe che fossero eliminate le cause sociali delle malattie (ambienti insalubri, stress, propaganda per prodotti nocivi etc.)”

Non vi è nulla da obiettare sul primo punto, per il secondo invece c’è da dire che la ricerca di base è già ben finanziata, purtroppo, semmai, non è abbastanza legata allo sviluppo di metodi alternativi sempre più efficaci.
Per quanto riguarda il terzo punto, esso è impossibile, in quanto lo stress non è eliminabile e non è possibile negare l’uso di prodotti nocivi come sigarette o altre sostanze d’abuso legali, ma al tempo stesso non possiamo, in questi casi, negare l’assistenza a queste persone solo perché “se lo sono volute loro”.

“Non mi faccio illusioni in proposito. Proprio perché vedo la vivisezione come questione che attiene al processo di liberazione so che essa non potrà essere abolita se non attraverso una trasformazione sociale radicale.”

L’abolizione della SA non è legata al processo di liberazione, se non in via indiretta.
Come detto in precedenza, infatti, lo scopo primario della SA è la tutela della salute umana, ed è qui che può e deve avvenire la prima critica, che solo in seguito si estende (se vi è la necessità) all’etica del metodo.

Un secondo autore che ha scritto di antivivisezionismo, Leonardo Caffo, nel suo articolo, L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale, ha invece dichiarato la superiorità della critica etica alla SA rispetto a quella scientifica.

Riporteremo, come fatto sopra, parti del testo e relativo commento:

“Tale pratica, erroneamente chiamata “vivisezione”, fornisce un primo, e fondamentale, elemento per riflettere sui limiti della scienza.”

In realtà il termine “vivisezione” come sinonimo di “sperimentazione animale”, nel suo significato più ampio, non è sbagliato, e una prova di ciò è la sua attestazione in svariati vocabolari, tra cui il Treccani.
E’ preferibile semmai utilizzare il termine SA perché, sebbene più “suggestivo”, il termine “vivisezione” non viene quasi mai associato all’uso di animali nelle ricerche, quando riportato da fonti non-antivivisezioniste, come giornali o notiziari.

“La scienza sarebbe idiota, se questa critica cogliesse il punto – ed infatti non lo coglie, perché la sperimentazione animale, parte di un più vasto sistema di sperimentazione, serve eccome.”

Questo è un argomento ad autorità, il fatto che la maggior parte dei ricercatori non sia anti-SA non ha una diretta correlazione con la predittività dell’animale, semmai dimostra che la scienza è spesso rimasta attaccata a una metodologia dei secoli scorsi, che vi è una scarsa informazione sui metodi alternativi e che i fallimenti del modello animale sono spesso sottaciuti.

“La sperimentazione dei farmaci, ad esempio, è divisa in due macro – fasi: (1) La sperimentazione pre – clinica, in cui il preparato, frutto della ricerca teorica, deve subire un test prima di essere sperimentato sull’uomo e viene dunque somministrato su un cosiddetto modello sperimentale della malattia, vale a dire un sistema che “esibisce” lo stesso bersaglio farmacologico per cui si studia il farmaco. Talvolta, il modello può essere un semplice modello matematico, ma nella maggior parte dei casi assistiamo o ad una coltura di cellule (modelli in vitro, detti erroneamente “alternativi”), o – e qui entriamo nel nostro terreno –  su animali da laboratorio (modelli in vivo)[1];”

In realtà quelli citati non sono metodi alternativi, infatti la quasi totalità dei test in vitro che si usano in fase preclinica sono con cellule animali, per test più accurati dovremmo sostituirle con corrispettive umane. E’ stato infatti chiaramente dimostrato che le marcate differenze di specie osservate su animali possono essere riprodotte nei modelli di coltura che utilizzino tessuti o cellule di altre specie.
In aggiunta, dato che le colture di cellule 2D non sono in grado di ricapitolare la risposta umana in vivo ai farmaci, contribuendo così al tasso di fallimento delle fasi di sperimentazione clinica, dovremmo sostituire le colture di cellule 2D con modelli di tessuti o cellule 3D, in grado di predire meglio le risposte umane in vivo.
Spesso poi i metodi matematici, pur essendo estremamente sensibili, vengono tarati sugli animali e non sugli esseri umani.
Infine, l’uso integrato di metodologie avanzate, come test in silico, modelli matematici, microarray, microdosing, PET, ecc, piuttosto che l’uso disorganizzato dei singoli metodi alternativi, può superare le debolezze dei singoli test, sia per la sensibilità che per la specificità, e riuscire a sostituire la sperimentazione animale [1].

“Sorge dunque spontanea la prima domanda: in un processo così lungo ed elaborato (dura anni), in cui la meticolosità si accoppia a studi e pubblicazioni scientifiche, perché l’inutilità del modello animale assume un ruolo centrale per coloro che argomentano utilizzando l’AVS?”

Perché è lo step precedente all’immissione del farmaco nelle fasi cliniche, e un metodo non predittivo mette in serio pericolo la salute delle persone che proveranno i farmaci provenienti da esso, volontari compresi. Un esempio di ciò è quello del TGN1412, un farmaco che nel 2006 ha fatto sì che 6 volontari clinici di fase I fossero ridotti in fin di vita, nonostante una dose 500 volte maggiore fosse risultata sicura in molte specie animali, compresi i primati.

“È ovvio che il farmaco finale, quello messo in commercio, è in minima parte frutto della sperimentazione animale e il suo presunto mal funzionamento è, difficilmente, imputabile all’utilizzo del modello animale.”

In realtà agli animali vengono somministrate dosi elevate e per lunghi periodi, proprio allo scopo di far emergere anche i potenziali effetti collaterali rari, quindi se non funzionano perché si fanno? E se dovrebbero funzionare, perché mai questo non sarebbe considerabile un fallimento?
In secondo luogo, se già tra umani abbiamo ampie differenze nella reazione ai farmaci, figuriamoci con i topi!
Infine, al fallimento in fase clinica, si aggiunge quello del passaggio dai test su animali ai trial clinici.

“Se prendessimo, ad esempio, i modelli animali che vengono utilizzati in tossicologia, ci accorgeremmo – secondo un’ipotesi diffusa entro l’antivivisezionismo scientifico – che la sovrapposizione dei risultati non supera il 25% e che dunque, con un dato così poco efficace, non solo non possiamo validare il modello ma dovremmo dichiararne la sua inaffidabilità. Beata ignoranza, viene da dire. Tutto ciò avrebbe senso se e solo la sperimentazione animale fosse l’unico step prima della commercializzazione del farmaco. Quel 25% è oro per gli scienziati che, sia chiaro, non sperano di avere sovrapposizioni totali tra modelli diversi, ma vogliono proprio sfoltire il più possibile l’incertezza. Ciò che rimane incerto, verrà reso certo (o quasi) nelle quattro fasi che abbiamo detto che, proprio grazie alla sperimentazione animale, avranno il 25% per cento in meno di possibilità di andare a cattivo fine. Se la vita animale non vale nulla, mentre quella animale vale la scienza stessa, allora quella che per gli antivivisezionisti scientifici è una bassa percentuale, per gli scienziati è un dato essenziale.”

Questa obiezione suona come: “usiamo l’astrologia, dato che non abbiamo modi più efficaci per indovinare il futuro”.
Se un metodo non funziona, non funziona. Soprattutto se si parla di vite umane, e pi
uttosto che creare danni è meglio non agire.
Ammesso e non concesso che non vi fossero alternative, sarebbe meglio investire nello sviluppo di metodologie predittive (laddove per predittive si intende con un valore predittivo del 90%, che corrisponde al valore minimo affinchè un metodo alternativo sia approvato per sostituire un modello animale [2]), piuttosto che contribuire all’uccisione di centinaia di migliaia di persone ogni anno per effetti avversi.
Probabilmente ciò includerebbe una frenata nello sviluppo dei farmaci a breve termine, ma porterebbe a un investimento in vite e sicurezza a lungo termine molto più vantaggioso, anche perché tutti gli sforzi e le risorse confluirebbero nella creazione di queste metodologie, che a loro volta avrebbero utilità nella quasi totalità dei campi della ricerca biomedica.

“Ammettiamo, per esperimento mentale, che il modello animale sia essenziale – necessario – per la nostra scienza, ovvero, che senza non si possa ottenere un dato sostanzialmente accettabile per commercializzare i farmaci. Se la vita animale e quella umana hanno lo stesso valore, questo il senso dell’antispecismo, allora non possiamo mai sfruttare un animale per benefici di un altro animale (l’uomo).”

Sbagliato, dato che si tratterebbe comunque di sopravvivenza, sarebbe legittimo. Infatti, la morale non può esistere laddove vi sia la necessità di sopravvivere. Per intenderci meglio usiamo un esperimento mentale: se in un incidente aereo delle persone uccidono i feriti gravi per mangiarli e sopravvivere, sono forse colpevoli? O forse il loro atto sarebbe giustificato dalla situazione? E se questa scusante si può applicare in questa situazione, perché non si potrebbe applicare nell’evento descritto da Caffo?

“Ma non è ancora tutto, demolire l’AVS e la sperimentazione animale è possibile anche utilizzando un altro caso paradigmatico: quello della sperimentazione su animali per altri animali – i pet. Se sosteniamo che il problema della sperimentazione risiede nella variazione di paradigma, per cui il topo è rotondo mentre l’uomo è quadrato, rischiamo di rimanere senza nessun argomento, “avviluppati” direbbe il Sagredo galileiano, dinnanzi ad un’argomentazione che uno scienziato con velleità neanche troppo filosofiche potrebbe farci a proposito della sperimentazione su animali come gatti e cani “senza padrone”, volta a trovare farmaci, o migliorare il cibo, per i cani e i gatti domestici. In un caso del genere, infatti, assistiamo ad un paradigma 1:1 per cui la sovrapposizione genetica è totale, e la scienza minore di chi usa l’AVS svela la sua inutilità di fronte alla scienza, diciamolo francamente, con la “S” maiuscola.”

Questo è sicuramente uno dei pochi casi in cui la critica etica ha un senso, ma anche qui, spesso e volentieri, vengono utilizzate altre specie prima di passare alla sperimentazione clinica veterinaria, e in secondo luogo, laddove esistano metodologie alternative per l’uomo, sono applicabili anche agli animali, ovviamente sostituendo i tessuti umani con quelli animali e tarando i modelli matematici sulla specie di riferimento.

Note:
[1] Si veda la bibliografia su “FAQ sulla Sperimentazione Animale
[2] Balls M, Blaauboer B, Brusick D, Frazier J, Lamb D, Pemberton M, Reinhardt C, Roberfroid M, Rosenkranz H, Schmid B, Spielmann H, Stammati A-L, Walum E. Report and recommendations of the CAAT/ERGATT workshop on the validation of toxicity test procedures. Amden report. Altern Lab Anim. 1990;18:313–337.

Annunci

Una risposta a “Quando la Scienza reclama il suo posto. I.O.S.A. risponde a Marco Maurizi e a Leonardo Caffo

  1. Pingback: Dossier sulla Sperimentazione | Asinus Novus

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...