Risposta ad “In Difesa della Sperimentazione Animale”

Oggi ci occuperemo di rispondere all’articolo “La Litania delle Reazioni Avverse” della pagina “In Difesa della Sperimentazione Animale”.

Essi iniziano citando diverse fonti non autorevoli su quanti effettivamente siano i dati dei morti per effetti avversi ai farmaci.
Facendo affidamento alle fonti ufficiali, scopriamo che il 51% dei farmaci commercializzati presenta gravi reazioni avverse che non si erano riscontrate in precedenza e che ogni anno gli effetti collaterali dei farmaci danneggiano 1,5 milioni di persone al punto da richiedere un’ospedalizzazione e 100 000 muoiono, questo solo negli USA [1].

Successivi studi hanno dimostrato che negli USA il numero dei morti per cause iatrogene è di 225 000 all’anno, di cui 106 000 non sono legate a errori nella prescrizione nè di altro tipo, il che ci conferma il dato allarmante [2].

I pro-SA affermano quindi:

[…] i farmaci non vengono commercializzati se prima non superano la fase clinica, condotta su pazienti umani. Pertanto, quando un farmaco viene ritirato dal mercato, ad aver “fallito” sono anche i software di simulazione e le colture in Vitro (i “metodi alternativi”) ed ha “fallito” persino la sperimentazione umana.

In primis, le metodologie alternative non si riducono solo alla sperimentazione su monocolture in vitro 2D, rimandiamo coloro che sono interessati al nostro elenco, diviso nei vari settori, sulle metodologie alternative, ricordando inoltre che la maggior parte di esse per essere sostitutiva dell’animale deve essere usata in maniera integrata con altre tecnologie alternative (la cosiddetta Integrated Testing Strategy o ITS).

In secondo luogo, come ci dice la stessa direttiva europea, “i tessuti e gli organi animali sono impiegati per lo svi­luppo di metodi in vitro”, il che significa che la maggior parte delle colture in vitro utilizza tessuto animale al posto di quello umano, il che ci porta ad includere i fallimenti di buona parte della sperimentazione in vitro in quelli della sperimentazione animale.

Terzo punto: certamente anche la sperimentazione clinica ha i suoi limiti, ma proprio per questo si sta cercando di ridurre le possibili minacce, e lo si sta facendo proprio migliorando la ricerca preclinica (o vogliamo forse pretendere di migliorare direttamente la ricerca clinica sull’uomo? Se sì, come?) e aprendo la strada alla medicina personalizzata.
Inoltre, ai fallimenti che si hanno dal passaggio dalla sperimentazione animale alla fase clinica I, si devono aggiungere quelli che si hanno nei trial clinici stessi e dopo la commercializzazione, per avere una visione globale di quanto la SA sia – alla fine dei conti – effettivamente efficace e di quali siano i suoi limiti.
In aggiunta, se già differenze genetiche intra-specifiche di appena lo 0,1% portano a grandi insuccessi, dovremmo capire che i risultati derivanti da specie che differiscono da noi per il 2 o il 15% di DNA hanno limitazioni ancora più ampie, che vanno al più presto risanate sostituendo i vecchi modelli con le metodologie avanzate.

Quarto ed ultimo punto, è risaputo che gli animali non prevedono l’81% dei gravi effetti avversi dei farmaci commercializzati. Gli stessi autori dello studio che ci fornisce questa cifra, ci spiegano come in realtà agli animali vengano somministrate dosi elevate e per lunghi periodi, proprio allo scopo di far emergere anche i potenziali effetti collaterali rari, quelli che potrebbero verificarsi proprio nei farmaci commercializzati. Riportiamo a tal proposito le parole degli autori, che ci fanno capire come nell’establishment tali studi siano considerati in grado di stabilire tali effetti avversi (nonostante i risultati che danno dimostrino l’opposto):

“One could argue that non-clinical studies are not designed to identify rare adverse reactions that appear after market approval.
Although the number of animals used in non-clinical studies is relatively small, the studies are designed to find important side effects that are likely to occur in humans (International Conference on Harmonisation of Technical Requirements for Registration of Pharmaceuticals for Human Use, 2009). However, as high doses are administered for a prolonged period to elicit a complete toxicological response in animals, this approach can also estimate potential toxicities that could occur in humans.” 
[3]

Dunque ci chiediamo, se non servono a rilevare questi effetti avversi, perchè farli? E se dovrebbero farlo, perchè non considerarli fallimentari quando non riescono?

Per concludere, rimando i lettori al nostro elenco di articoli in cui confutiamo le teorie e i post dei gruppi come quello di cui abbiamo appena commentato l’articolo.

Bibliografia:

[1] Moore T.J., Psaty BM. e Furberg CD. Time to act on drug safety. JAMA, 279: 1571-1573, 1998.

[2] Starfield B. Is US health really the best in the world? JAMA. 2000 Jul 26;284(4):483-5. 

[3] van Meer PJ, Kooijman M, Gispen-de Wied CC, Moors EH, Schellekens H. The ability of animal studies to detect serious post marketing adverse events is limited. Regul Toxicol Pharmacol. 2012 Dec;64(3):345-9. doi: 10.1016/j.yrtph.2012.09.002. Epub 2012 Sep 12.

[A.C.]

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2 risposte a “Risposta ad “In Difesa della Sperimentazione Animale”

  1. Che razza di domanda é: “Dunque ci chiediamo, se non servono a rilevare questi effetti avversi, perchè farli?” ?? La vostra stessa citazione vi spiega il perchè…
    – “the studies are designed to find important side effects that are likely to occur in humans” = gli studi sono concepiti per trovare importanti effetti collaterali che con probabilità si verificherebbero anche sugli umani
    – ” this approach can also estimate potential toxicities that could occur in humans.” questo approccio può anche stimare le tossicità potenziali che potrebbero verificarsi negli umani.

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