Quanto è predittiva e produttiva la ricerca su animali?

[Fiona Godlee. How predictive and productive is animal research? BMJ 2014;348:g3719]

Full Text: http://www.bmj.com/content/348/bmj.g3719

Sono passati più di 20 anni da quando Doug Altman ha scritto il suo bruciante editoriale nel BMJ sullo “scandalo della ricerca medica” (doi:10.1136/bmj.308.6924.283). All’inizio di quest’anno l’ex direttore del BMJ Richard Smith ha riassunto il motivo per cui lo stesso editoriale potrebbe essere pubblicato oggi con pochi cambiamenti (http://bit.ly/1rHnWbL), facendo riferimento alla recente serie di Lancet sugli scarti nella ricerca medica e all’articolo di John Ioannidis su PLoS Medicine intitolato “Perché i risultati delle ricerche più pubblicate sono falsi”. La letteratura medica rimane afflitta da pregiudizi accademici e commerciali causati da sovrainterpretazione di studi piccoli, mal progettati e mal realizzati, molti dei quali riportati erroneamente o selettivamente o non riportati affatto. Il risultato è una base di dati che esagera sistematicamente i benefici e minimizza i danni di trattamenti.
Ma, come se non bastasse, un problema ancora più fondamentale mette in dubbio la validità della ricerca clinica: la scarsa qualità della ricerca su animali su cui si basa gran parte di essa. Dieci anni fa, nel BMJ Pandora Pound e colleghi chiesero: “Dove sono le prove che la ricerca su animali benefici gli esseri umani?” (doi:10.1136/bmj.328.7438.514). Le loro conclusioni non erano incoraggianti. La maggior parte della ricerca su animali per potenziali trattamenti per gli esseri umani era da buttare, dissero, perché era stata mal condotta e non valutata attraverso revisioni sistematiche.
Da allora, come Pound e Michael Bracken spiegano questa settimana (doi:10.1136/bmj.g3387), il numero di revisioni sistematiche di studi su animali è aumentato notevolmente, ma questo è servito solo per evidenziare la scarsa qualità di molte ricerche precliniche su animali. Le stesse minacce alla validità interna ed esterna che la assediano la ricerca clinica si trovano in abbondanza negli studi su animali: la mancanza di randomizzazione, blinding, e allocation concealment; analisi selettiva; e bias di segnalazione e di pubblicazione. Il risultato, ha detto Ioannidis nel 2012, è che è “quasi impossibile fare affidamento sulla maggior parte dei dati animali per predire se un intervento avrà un rapporto rischi-benefici clinici favorevole in soggetti umani.”
Un tale spreco non è etico né nella ricerca su animali né in quella umana. La ricerca preclinica mal effettuata può portare a sperimentazioni cliniche costose ma infruttuose esponendo i partecipanti a farmaci dannosi. E naturalmente c’è l’inutile sofferenza degli animali coinvolti nella ricerca che non porta alcun beneficio.
Cosa fare a questo proposito? Condurre e riportare meglio la ricerca su animali aiuterà, dicono Pound e Bracken. Questo potrebbe venire da una migliore formazione ed educazione dei ricercatori di base e da un cambiamento culturale, alimentato da un maggior controllo e responsabilità pubblica. Ma quanto questo potrebbe davvero migliorare il tasso di traslazione di successo dagli animali agli esseri umani? Non molto, a quanto pare. Anche se la ricerca fosse condotta in maniera impeccabile, sostengono gli autori, la nostra capacità di prevedere le risposte umane partendo da modelli animali sarà limitata da differenze interspecifiche nelle vie molecolari e metaboliche.
I fondi potrebbero essere meglio orientati verso la ricerca clinica, piuttosto che verso la ricerca di base, dove c’è un ritorno più chiaro sugli investimenti in termini di effetti sulla cura del paziente. Gli autori concludono: “Se la ricerca condotta sugli animali continua a non essere in grado di prevedere ragionevolmente quello che ci si può aspettare negli esseri umani, la continua approvazione pubblica e il finanziamento alla ricerca preclinica su animali sembrano fuori luogo”. Dove vorreste collocare l’equilibrio degli sforzi: investimenti in una ricerca animale migliore o un cambiamento nel finanziamento per maggiore ricerca clinica?

[Pandora Pound, Michael B Bracken. Is animal research sufficiently evidence based to be a cornerstone of biomedical research? BMJ 2014;348:g3387.]

Abstract: http://www.bmj.com/content/348/bmj.g3387

Abstract:

Public acceptance of the use of animals in biomedical research is conditional on it producing benefits for humans. Pandora Pound and Michael Bracken argue that the benefits remain unproved and may divert funds from research that is more relevant to doctors and their patients

Proponents of animal research claim that the benefits to humans are self evident.1 However, writing in The BMJ 10 years ago we argued that such uncorroborated claims were inadequate in an era of evidence based medicine.2 At that time over two thirds of UK government and charitable investment was going into basic research,3 perhaps creating an expectation that such research was highly productive of clinical benefits. However, when we searched for systematic evidence to support claims about the clinical benefits of animal research we identified only 25 systematic reviews of animal experiments, and these raised serious doubts about the design, quality, and relevance of the included studies. As our colleagues had done earlier,4 we argued the case that systematic reviews should be extensively adopted within animal research to synthesise and appraise findings, just as they are in clinical research.

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