Archivi del mese: aprile 2013

9 su 10 statistiche sono prese NEL contesto

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“9 su 10 statistiche sono prese fuori dal contesto” (“Nine out of ten statistics are taken out of context”): così si chiama l’articolo di Understanding Animal Research (ma ripreso anche da Speaking of Research) contro il dato schiacciante del fallimento del modello animale nei farmaci, ricordiamo infatti che secondo la FDA, ben il 92% dei farmaci che passano i test su animali vengono scartati nelle fasi cliniche su umani perchè tossici o inefficaci.

L’articolo si basa su 4 punti principali:
1) I test su animali ci proteggono da sostanze dannose, senza avremmo ancora più sostanze tossiche
2) Il fallimento è dei test preclinici, pertanto sia animali che non-animali, ergo anche i metodi alternativi falliscono quanto i metodi animali
3) In oltre 30 anni non c’è stata una singola morte in fase 1 (a parte il disastro del 2006 in cui stavano morendo dei volontari prontamente salvati ma ora disabili)
4) Molti dei farmaci scartati passano anche alcune fasi cliniche, quindi per gli anti-SA l’uomo non sarebbe un buon modello per l’uomo?

CONFUTAZIONE DEL PUNTO 1:
Prove? Dove sarebbero le prove che le sostanze che gli animali scartano siano dannose? 
Considerando invece la minima traslazione, si può affermare con una certa sicurezza che le sostanze scartate dall’animale non saranno per forza nocive per l’uomo, anzi, non sapremo mai quanti e quali farmaci utili per curare patologie umane sono stati cestinati perchè sugli animali risultavano essere dannosi.

CONFUTAZIONE DEL PUNTO 2:
La quasi totalità dei test in vitro che si usano in fase preclinica sono con cellule animali, per test più accurati dovremmo sostituirle con corrispettive umane, non a caso la direttiva europea 2010/63/UE, afferma: “I tessuti e gli organi animali sono impiegati per lo svi­luppo di metodi in vitro”. 
Inoltre vengono usate colture di cellule 2D al posto di modelli di tessuti o cellule 3D, in grado di predire meglio le risposte umane in vivo.
Spesso poi i metodi matematici (ma non solo!), pur essendo estremamente sensibili, vengono tarati sugli animali e non sugli esseri umani.
Infine, i metodi alternativi vengono usati in maniera isolata, quando invece l’uso integrato di metodologie avanzate può superare le debolezze dei singoli test, sia per la sensibilità che per la specificità, facendo aumentare in maniera incredibile la possibilità di sostituire gli animali.

CONFUTAZIONE DEL PUNTO 3:
Qui il punto principale è il DOSAGGIO, dato che molti effetti avversi non si manifestano nelle prime fasi cliniche a causa delle dosi. 
Infatti, i livelli posologici da cui si iniziano i test nell’uomo sono di solito 1/100 della dose NOAEL (No Observed Adverse Affect Level), cioè della dose massima alla quale, nell’animale, non si sono verificati effetti collaterali di sorta. 
Il dosaggio iniziale verrà poi aumentato progressivamente, rivelando spesso anche tutti gli effetti avversi che non si erano rilevati in precedenza a causa della dose minore. 
Ciò è dimostrato dal fatto che ben l’81% delle volte gli animali non riescono a predire i gravi effetti avversi ai farmaci per l’uomo, nonostante vengano sottoposti anche a dosi elevate e per lunghi periodi, proprio allo scopo di far emergere anche i potenziali effetti collaterali rari. 
Inoltre, partire da una dose che sia più bassa di quella animale è già una conferma di per sé della mancanza di attendibilità della SA. 
Nonostante la bassa dose, comunque il TGN1412, dopo aver subito test su TOPI, RATTI, CONIGLI E SCIMMIE (qualche altro animale? La prossima volta portiamo lo zoo direttamente? Dato che diranno comunque che s’è fatta “poca sperimentazione”) ha quasi ucciso i volontari clinici su cui fu testato, che per fortuna sono sopravvissuti ma hanno riportato danni gravi e permanenti agli organi… è questo quello che si dice “sicurezza”?

CONFUTAZIONE DEL PUNTO 4:
In primo luogo, il fallimento del modello animale (sia in vivo che in vitro su cellule animali) si somma, dato che non prevede nè il fallimento dei farmaci scartati dalle fasi precliniche alla fase I, nè dalla fase I in poi.
In secondo luogo, se già differenze genetiche intra-specifiche di appena lo 0,1% portano a grandi insuccessi, cosa dovremmo ricavare da esseri che differiscono da noi per il 2 o il 15% di DNA?

La routine di laboratorio causa stress negli animali: implicazioni etiche e scientifiche

[Balcombe J, Barnard N, Sandusky C. Laboratory routines cause animal stress. Contemp Top Lab Anim Sci 2004; 43(6): 42-51.]

Abstract:

80 pubblicazioni sono state valutate per documentare il grado di stress potenzialmente associato a 3 tipi di pratiche comunemente effettuate sugli animali: manipolazione, prelievo ematico, introduzione di sonda oro-gastrica. Abbiamo definito con “manipolazione” tutte quelle pratiche routinarie non invasive correlate con l’allevamento e la pulizia degli animali: pulizia delle gabbie, spostamento delle stesse, spostamento degli animali. Per tutte e 3 le tipologie di pratica ed in diverse specie sono state rilevate significative variazioni nei parametri fisiologici collegati allo stress (ad es. concentrazione plasmatica di corticosteroidi, glucosio, ormone della crescita, prolattina, pressione sanguigna, variazioni comportamentali). I risultati di tale studio dimostrano che gli animali rispondono con rapida, pronunciata e significativa elevazione dei parametri collegati allo stress, per ognuna delle procedure esaminate, anche se la manipolazione ha dimostrato suscitare alterazioni variabili al sistema immunitario. Le alterazioni variano tra il 20% ed il 100% ed oltre in più rispetto ai valori basali o ai controlli. Tali alterazioni hanno una durata minima di 30 minuti dalla fine della pratica. I risultati dello studio suggeriscono che le pratiche abituali di laboratorio causino notevole stress negli animali e che gli animali non siano in grado di adattarsi alle stesse in tempi brevi: questi fenomeni hanno implicazioni etiche e scientifiche per quanto riguarda l’uso degli animali nella ricerca.

ABSTRACT: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15669134

FULL TEXT: http://www.psychologytoday.com/files/attachments/41209/lab-routines-cause-animal-stresspdf.pdf

Luoghi comuni sull’antivivisezionismo

Se siete contro la sperimentazione animale vi sarete senz’altro già trovati in una delle situazioni sotto descritte. Sotterfugi di chi non ha argomentazioni.

CASO 1

„Sono contro la vivisezione.“

„Allora non dovresti curarti.“

A questa risposta solitamente seguono deliri quali „non dovresti curare nemmeno i tuoi figli o i tuoi animali“, ma é davvero sensato il tutto? No, perché io non ho nessuna scelta e così nemmeno i miei cari o i miei animali. Posso scegliere di limitare il consumo di farmaci per disagi meno gravi ad esempio, un mal di testa, un colpo di tosse, un leggero raffreddore, e così via, prediligendo rimedi più caserecci, come un té caldo e una buona dormita, ma assolutamente questo non influenza la mia scelta di curarmi con la medicina tradizionale nel caso di malattie più preoccupanti.

Conoscerete sicuramente qualcuno, forse anche pro sperimentazione animale, che devolve donazioni contro la fame nel mondo, gli avete mai chiesto perché non si lascia morire di fame a sua volta?

 

CASO 2

„Sono contro la vivisezione.“

„Allora non devi mangiare carne.“

Perché? Perché l’unica posizione contraria alla sperimentazione animale è quella animalista? Questo messaggio, che purtroppo è piuttosto radicato, serve solamente a declassare le posizioni scientifiche anti-S.A. Sempre più, infatti, stanno nascendo gruppi contrari alla SA su queste basi (scientifiche). L’etica c’entra relativamente, si combatte un modello non funzionante cercando di promuovere modelli più predittivi per l’uomo, e proprio in sua funzione. Ciò non toglie che è chiaramente impossibile rimanere impassibili di fronte al video o all’immagine di un animale in un laboratorio, soprattutto se si tiene conto della sua sofferenza inutile.

Questo discorso potrebbe funzionare se una persona si dice contraria alla sperimentazione animale „per i poveri animali“, in quel caso, puntando soprattutto sull’etica, non ha nessun senso fare una distinzione tra animale da laboratorio e da allevamento per ricavarne la carne.

 

CASO 3

„Sono contro la vivisezione.“

„Allora non credi nella scienza e rallenti la ricerca.“

Uno scenario apocalittico: nello „sfortunatissimo“ caso che la sperimentazione animale venga vietata, morte e distruzione incomberanno sugli uomini, soli ed indifesi di fronte alle pestilenze. Si ironizza, ma affermazioni di questo stampo, sebbene molto più blande, sono solamente un modo per rendere la sperimentazione animale assolutamente necessaria senza spiegarne il motivo, ma puntando semplicemente sulla normale paura umana della morte e delle malattie.

Vi siete mai chiesti perché i metodi alternativi per i pro-SA non funzionano a priori? Perché non affrontano il discorso in modo serio e non solo in chiave ironica e puntando sui limiti, veri o presunti, dei modelli alternativi? Rallentare lo sviluppo di metodi più economici (sul lungo periodo), affidabili e moderni non significa ritardare a propria volta la ricerca?

 

CASO 4

„Sono contrario alla vivisezione.“

„Meglio un topo o tuo figlio?“

Lo slogan per eccellenza, l’utilizzo di una domanda retorica che „implica una risposta predeterminata, e in particolare induce a eliminare tutte le affermazioni che contrasterebbero con l’affermazione implicita nella domanda stessa.“ (da Wikipedia) e di una sorta di ricatto morale, una forma di manipolazione, dove il ricevente del messaggio intuisce una sorta di minaccia, per lui o i suoi cari, che lo spingono ad approvare una data cosa o a comportarsi in un certo modo (un esempio per chiarire: „se non lo fai, ti ammazzo“).

Effettivamente questo slogan, perché di questo si tratta dal momento che questa affermazione, come spesso nel caso delle posizioni favorevoli alla sperimentazione animale, non contiene nessuna base scientifica, è geniale. Giustifica qualsiasi fatto: „meglio tuo figlio o un altro bambino?“, „meglio tuo figlio o TE STESSO?“, „meglio un cucciolo di beagle di pochi mesi strappato alla sua mamma e ai suoi fratellini per essere tenuto solo in una fredda gabbia senza contatto e affetto con i suoi enormi occhioni tristi che aspetta scodinzolante il suo torturatore perché almeno sentirà un parvore di calore o tuo figlio?“, provate a rispondere.

 

CASO 5

„Sono contrario alla vivisezione.“

„Si, ma solo per quello che riguarda gli animali più carini.“

Questa a lungo non l’ho capita. Esistono davvero persone contrarie alla sperimentazione animale per quello che riguarda, per esempio, i cani e i gatti, ma non i ratti? Oppure le scimmie, ma non i pesci zebra? Poi ho riflettuto, sarà che i pro-SA si riferiscono al fatto che sulle pagine contrarie alla sperimentazione animale spesso si vedono foto di cani o topolini e meno di altri animali? Non sarà forse che attirano, ovviamente, più pubblico e quindi visibilità? Oppure, non potrebbe essere che topi, ratti e beagle sono un po’ il simbolo di questo metodo di ricerca e quindi vengono utilizzati anche per far comprendere immediatamente all’utente su che tipologia di pagina si trova?

„Loro“ non sono ipocriti, e infatti le poche immagini che abbiamo della vita di laboratorio e delle pratiche effettuate in essi, non ci giungono da riprese illegali ma proprio dai siti che difendono questo metodo di ricerca (ironico, sic.). 

[S.P.]

Reazioni avverse ai farmaci (ADRs) e sperimentazione animale

[van Meer PJ, Kooijman M, Gispen-de Wied CC, Moors EH, Schellekens H.
The ability of animal studies to detect serious post marketing adverse events is limited.
Regul Toxicol Pharmacol. 2012 Dec;64(3):345-9. doi: 10.1016/j.yrtph.2012.09.002. Epub 2012 Sep 12.]

ABSTRACT: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22982732

Questo recente studio ha dimostrato che i test su animali hanno omesso nel’81% dei casi di segnalare ADRs (Adverse Drugs Reactions), gravi reazioni avverse, in 43 farmaci presi in esame che hanno seriamente danneggiato i pazienti a cui furono somministrati.

Abstract:

Il valore degli studi su animali per valutare la sicurezza dei farmaci non è chiaro perché molti di questi studi sono di parte e hanno carenze metodologiche. Abbiamo studiato se dopo la commercializzazione gravi reazioni avverse a piccole molecole farmacologiche avrebbero potuto essere rilevate sulla base dei dati dello studio su animali incluso nei documenti di registrazione dei farmaci. Di 93 reazioni avverse gravi legate a 43 piccole molecole farmacologiche, solo il 19% è stato identificato in studi su animali come un vero esito positivo, il che suggerisce che i dati provenienti dagli studi su animali abbiano un valore limitato per le attività di farmacovigilanza. Il nostro studio dimostra che i documenti di registrazione dei farmaci possono essere usati per studiare il valore predittivo degli studi su animali e che il valore degli studi su animali in tutte le fasi di sviluppo del farmaco dovrebbe essere studiato in uno sforzo collaborativo tra autorità di regolamentazione, industria e mondo accademico.

Nel testo:

One could argue that non-clinical studies are not designed to identify rare adverse reactions that appear after market approval.
Although the number of animals used in non-clinical studies is relatively small, the studies are designed to find important side effects that are likely to occur in humans (International Conference on Harmonisation of Technical Requirements for Registration of Pharmaceuticals for Human Use, 2009). However, as high doses are administered for a prolonged period to elicit a complete toxicological response in animals, this approach can also estimate potential
toxicities that could occur in humans. In 18 cases, true positive events in animal studies correctly predicted post-marketing adverse reactions. Nevertheless, the low incidence rate, high doses, prolonged exposure, and species specificity were important reasons to assume that these events were unlikely to occur in the clinical trial population. In addition, the number of adverse reactions in animals that have no corollary in humans (false positives) increase with increasing dose, suggesting that over-exposure might not produce meaningful results (Igarashi et al., 1995).

Riferimenti:

International Conference on Harmonisation of Technical Requirements for Registration of Pharmaceuticals for Human Use, 2009. Guidance on Non-Clinical Safety Studies for the Conduct of Human Clinical Trials and Marketing Authorization for Pharmaceuticals M3(R2), EMA, London.

Igarashi, T. et al., 1995. Predictability of clinical adverse reactions of drugs by
general pharmacology studies. J. Toxicol. Sci. 20, 77–92.

La Tossicologia del XXI secolo è qui!

In questo post scardineremo le varie critiche che il gruppo pro-s.a. “Pro-Test Italia” ha avanzato contro il lavoro di Hartung su Nature del 2009, “Toxicology for the twenty-first century”.

1) Queste persone affermano, riguardo al primo studio citato da Hartung, ovvero un documento edito dal NIEHS (National Institute of Environmental Health Sciences):

“Hartung fa notare che la correlazione media tra LD50 nei ratti e la concentrazione ematica letale dello stesso composto negli umani è scarsa, riportando il valore di 0.56. Leggendo il documento originale, si scopre che in realtà tale valore è 0.75, ben superiore di quello riportato da Hartung. […] Infatti, leggendo il report originale, si nota che il valore di 0.56 riportato da Hartung è in realtà il coefficiente di determinazione (R2), cioè il quadrato della correlazione (pagg. ix, 21 e 35 del documento originale). Quindi la correlazione di cui parla Hartung è 0.75 e non 0.56. Il che significa, considerate anche le differenze tra i due tipi di misura, che è molto alta.”

Non citano però la parte in cui, confrontando i valori di un test sostitutivo alla LD50 in fase di validazione che impiegava materiale biologico umano, esso dimostrava una maggiore correlazione (0.62) con la concentrazione letale della stessa sostanza chimica nel sangue degli esseri umani (LC50) più di quanto non avessero fatto test come il 3T3 che impiegava fibroplasti di topo (la sua correlazione era pari allo 0.51) e la stessa LD50 (come sopra detto correlazione tra LD50 e LC50 pari allo 0.56):
”The NHK NRU IC50 data had a higher correlation with human LC50 values (R2=0.62) than did rodent 3T3 NRU IC50 data (R2=0.51) and a higher correlation than did rodent LD50 data with human LC50 values (R2=0.56)”
E se il coefficiente di determinazione di 0.56 diventa un coefficiente di correlazione di quasi lo 0.75, il coefficiente di determinazione del nostro metodo alternativo (0.62) diventa un coefficiente di correlazione di quasi lo 0.79!
Ecco dimostrato come il metodo alternativo in questione dia comunque risultati migliori dell’animale.

2) Il secondo lavoro citato da Hartung è:
Basketter, D.A., York, M., McFadden, J.P. & Robinson, M.K. (2004). Determination of skin irritation potential in the human 4-h patch test. Contact Dermatitis. 51, 1-4.
e la critica è la seguente:

“Quella cui si riferisce implicitamente Hartung è la specificità, indicante la percentuale di falsi positivi (irritante nel coniglio ma non nell’uomo). Da quanto detto si può dedurre che il test dermatologico sul coniglio risulta efficiente per salvaguardare la salute umana (perché sensibile) ma può generare dei falsi positivi.”

Tuttavia, è ciò che lo stesso Hartung afferma, pertanto si è utilizzata la fallacia dell’uomo di paglia: ovvero s’è cercato di confutare un argomento riproponendolo in maniera errata.

Infatti, se leggiamo nel testo, troviamo:
“Similarly, in another study, 40% of the chemicals that irritated the skin of rabbits were found not to be irritants in the skin ‘patch test’ in humans.”

3) Il terzo articolo è “Data quality in predictive toxicology: reproducibility of rodent carcinogenicity experiments.” di Gottmann et al., 2001.
La critica è la seguente:

“questo lavoro non investiga la generalizzabilità dei risultati da una specie all’altra, ma da un database (NCI/NTP) all’altro (letteratura generale), a parità di specie (topi e ratti, si veda l’Introduzione, pag. 509, del lavoro originale). Quindi l’uso che fa Hartung di questa citazione è semplicemente improprio.”

Tuttavia, se la riproducibilità all’interno della stessa specie è così bassa, la trasposizione di questi risultati all’uomo lo sarà di certo ancora meno.

Inoltre affermano:

“per inciso gli stessi autori dichiarano che altri studi hanno rilevato una riproducibilità degli effetti carcinogenici compresa tra il 93% e il 76%”

Ma anche qui, gli stessi autori attribuiscono questi risultati a dei bias, infatti leggiamo:
“Looking for an explanation for the discordance with our results, we realized that from 47 concordant experiments (sex, administration route, and target organs were considered; therefore, the number of experiments is larger than the number of compounds) with rats and mice listed by Gold et al. (16), 34 results were published by the same authors. This may have led to a bias towards identical results, but it may be also an indicator of the importance of strict experimental protocols for reproducibility. In addition, the results may differ for statistical reasons caused by the different data sets (size and selection of compounds)”

4) Il quarto studio è “Species Sensitivities and Prediction of Tetratogenic Potential” di Schardein et al., 1985.
La critica è:

“Questo lavoro (assai datato) compara i risultati sulla teratogenicità (tossicità fetale) di molti composti in specie differenti, compresa quella umana. Hartung, citando quest’articolo, riporta una concordanza del 53-60%, evidenziando come i risultati ottenuti su una specie siano difficilmente generalizzabili alle altre. […] Non sono riuscito a trovare nel testo il dato riportato da Hartung (53-60%), quindi ho analizzato le tabelle riportate nella fonte, che mostrano la teratogenicità di molte decine di composti in varie specie non umane.”

E da questo presupposto hanno iniziato a calcolare la media “corretta”.
Peccato che nell’articolo di Hartung non si parli della concordanza media, ma di “tipici risultati”, leggiamo infatti:
“Typical results from such studies show agreement between animal species for 53–60% of chemicals”.
Infatti i “typical results” del 53 e del 60% sono quelli del topo e del ratto – non a caso le specie maggiormente utilizzate – nella tabella 5 sulle estrapolazioni da specie a specie che più precisamente esprimono il rapporto tra il numero di composti risultati non teratogenici nei due roditori e il numero di composti risultati non teratogenici nell’uomo (rapporto NT/T).

5) Il quinto studio è il famosissimo Olson Study del 2000.
La critica è:

“Il punto principale è che tale lavoro, come specificato dagli autori stessi (primo paragrafo della Discussione), non è volto a misurare il valore predittivo degli studi animali sull’uomo. Riporto di seguito le parole degli autori:
“This study did not attempt to assess the predictability of preclinical experimental data to humans. What it evaluated was the concordance between adverse findings in clinical data with data which had been generated in experimental animals (preclinical toxicology).””

Peccato che precedentemente dica anche:
“The primary objective was to examine how well toxicities seen in preclinical animal studies would predict actual human toxicities for a number of specific target organs using a database of existing information …”
Questo studio è infatti abbastanza controverso, e spesso viene portato come prova della “validità della s.a.”, tuttavia vi sono già stati autori che l’hanno criticato, riporto a tal proposito le considerazioni di Niall Shanks, Ray Greek e Jean Greek nella pubblicazione peer-reviewed “Are animal models predictive for humans?”:

“The Olson Study, as noted above, has been employed by researchers to justify claims about the predictive utility of animal models. However we think there is much less here than meets the eye. Here’s why:
1. The study was primarily conducted and published by the pharmaceutical industry. This does not, in and of itself, invalidate the study. However, one should never lose sight of the fact that the study was put together by parties with a vested interest in the ou
tcome. If this was the only concern, perhaps it could be ignored, however, as we will now show, there are some rather more serious flaws.

2. The study says at the outset that it is aimed at measuring the predictive reliability of animal models. Later the authors concede that their methods are not, as a matter of fact, up to this task. This makes us wonder how many of those who cite the study have actually read it in its entirety.
3. The authors of the study invented new statistical terminology to describe the results. The crucial term here is “true positive concordance rate” which sounds similar to “true predictive value” (which is what should have been measured, but was not). A Google search on “true positive concordance rate” yielded twelve results (counting repeats), all of which referred to the Olson Study (see figure 5). At least seven of the twelve Google hits qualified the term “true positive concordance rate” with the term “sensitivity” – a well-known statistical concept. In effect, these two terms are synonyms. Presumably the authors of the study must have known that “sensitivity” does not measure “true predictive value.” In addition you would need information on “specificity” and so on, to nail down this latter quantity. If all the Olson Study measured was sensitivity, its conclusions are largely irrelevant to the great prediction debate.
4. Any animals giving the same response as a human was counted as a positive result. So if six species were tested and one of the six mimicked humans that was counted as a positive. The Olson Study was concerned primarily not with prediction, but with retroactive simulation of antecedently know human results.
5. Only drugs in clinical trials were studied. Many drugs tested do not actually get that far because they fail in animal studies.
6. “…the myriad of lesser “side effects” that always accompany new drug development but are not sufficient to restrict development were excluded.” A lesser side effect is one that affects someone else. While hepatotoxicity is a major side effect, lesser side effects (which actually matter to patients) concern profound nausea, tinnitus, pleuritis, headaches and so forth. We are also left wondering whether there was any independent scientific validity for the criteria used to divide side effects into major side effects and lesser side effects.
7. Even if all the data is good – and it may well be – sensitivity (i.e. true positive concordance rate) of 70% does not settle the prediction question. Sensitivity is not synonymous with prediction and even if a 70% positive prediction value rate is assumed, when predicting human response 70% is inadequate. In carcinogenicity studies, the sensitivity using rodents may well be 100%, the specificity, however, is another story. That is the reason rodents cannot be said to predict human outcomes in that particular biomedical context.
The Olson Study is certainly interesting, but even in its own terms it does not support the notion that animal models are predictive for humans. We think it should be cited with caution. A citation search (also performed with Google on 7/23/08) led us to 114 citations for the Olson paper. We question whether caution is being used in all these citations.”

Ripetono lo studio, il risultato cambia: test su ratti e mais OGM

[Séralini GE, Cellier D, de Vendomois JS. New analysis of a rat feeding study with a genetically modified maize reveals signs of hepatorenal toxicity. Arch Environ Contam Toxicol. 2007 May;52(4):596-602. Epub 2007 Mar 13.]

Anche per testare la sicurezza del mais OGM si è richiesto l’uso di animali, e, a seguito di studi precedenti che – sempre sulla stessa specie – avevano dato esito positivo, ve ne sono stati altri – come questo – che hanno dimostrato il contrario.

Lungi dal voler utilizzare questi dati per dimostrare una o l’altra tesi, essi sono piuttosto la riconferma di come i risultati forniti dai modelli animali siano ben poco riproducibili.

Abstract:

La valutazione del rischio per la salute degli organismi geneticamente modificati (OGM) coltivati per alimenti o mangimi è oggetto di dibattito in tutto il mondo, e pochi dati sono stati pubblicati sugli studi tossicologici a medio o a lungo termine con i mammiferi. Uno di questi studi effettuati sotto la responsabilità di Monsanto Company con un mais transgenico MON863 è stato sottoposto alle domande dei recensori di regolamentazione in Europa, dove è stato finalmente approvato nel 2005.
Ciò ha richiesto una nuova valutazione delle scoperte sulle patologie renali, e il risultato è rimasto controverso. Un’azione in Corte d’Appello in Germania (Münster) ha consentito il pubblico accesso nel giugno 2005 a tutti i dati grezzi di questo studio di 90 giorni di alimentazione dei ratti. Abbiamo rianalizzato indipendentemente tali dati. Sono state aggiunte le statistiche appropriate, come ad esempio un’analisi multivariata delle curve di crescita e dei confronti per i parametri biochimici tra i ratti trattati con OGM e quelli di controllo nutriti con una dieta normale equivalente, e, separatamente, con sei diete di riferimento con diverse composizioni. Abbiamo osservato che dopo il consumo di MON863, i ratti hanno mostratolievi, ma correlate alla dose, significative variazioni nella crescita per entrambi i sessi, con conseguente diminuzione di peso del 3,3% per i maschi e l’aumento del 3,7% per le femmine. Le misurazioni chimiche rivelano segni di tossicità epato-renale, segnati anche dalle sensibilità differenziali in maschi e femmine.
I trigliceridi sono aumentati del 24-40% nelle femmine (sia alla 14esima settimana, dose dell’11%, o alla 5a settimana, la dose del 33%, rispettivamente); il fosforo dell’urina e gli escrementi di sodio sono diminuiti nei maschi del 31-35% (14esima settimana, dose del 33%) per i più importanti risultati significativamente legati al trattamento rispetto a sette diete testate. Esperimenti più lunghi sono essenziali al fine di indicare la vera natura e l’entità della possibile patologia, con i dati attuali non può essere concluso che il mais GM MON863 è un prodotto sicuro.

ABSTRACT: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17356802

FULL TEXT: http://ww.w.rapaluruguay.org/transgenicos/Maiz/Genetically_Maize.pdf

Nella mente del vivisettore: perchè è sbagliato parlare di cattiveria

Come nasce un “vivisettore”?
Qual è il sistema che v’è dietro a tutto questo? 
Un’analisi psicologica del fenomeno “sperimentazione animale”

Come nasce un vivisettore? E’ forse una persona che “odia gli animali”? Un “sadico”, come ho spesso sentito dire? Chiariamo fin da subito che la risposta è NO.

Per capire l’indottrinamento che v’è dietro il nostro sistema educativo e lavorativo, dobbiamo partire dall’istruzione universitaria.

I futuri studenti che svolgeranno attività di sperimentazione su animali non sono solitamente diversi dagli altri, nè hanno una particolare indole al maltrattamento verso queste creature, semplicemente gli vengono proposti testi che – per ovvie ragioni – riportano spesso solo i “successi”, solo quegli studi che hanno effettivamente avuto un risvolto sulla salute umana e animale.

Questo che significa? Vuol dire che questi ragazzi non leggeranno mai di “fallimenti del modello animale”, vuol dire che vedranno sempre come un'”eccezione” quella che poi – ad un’analisi più approfondita – si rivela essere invece la norma, ovvero la mancanza di predittività del modello animale.

Tutti gli studenti avranno letto la scoperta di questo o di quel farmaco “sperimentato su scimmie” od “ottenuto successivamente alla ricerca su animali”, ma quanti di questi conoscono pubblicazioni che affermano che la “ricerca su animali” ottiene un risultato utile sull’uomo all’incirca in un caso su 25 000? [Crowley WF Jr. Translation of basic research into useful treatments: how often does it occur? Am J Med. 2003 Apr 15;114(6):503-5.]
Quanti di questi studenti sanno che dell’ “innumerevole numero di farmaci che dobbiamo alla sperimentazione animale” il 92% è fallito in fase clinica, ovvero su volontari umani, risultando tossico o inefficace? [Innovation or Stagnation: Challenge and Opportunity on the Critical Path to New Medical Products. U.S. Department of Health and Human Services. Food and Drug Administration. March 2004]

Vi rispondo brevemente: NESSUNO.

Questo perchè i testi sono “manomessi”? No, semplicemente perchè non c’è alcuna utilità nello spiegare un esperimento fallito agli studenti, sarebbe solo una mole di studio in più che “nessuno vuole”.

A ciò vanno aggiunte alcune considerazioni sull’argomento sia di professori – a loro volta convinti dell’utilità della sperimentazione animale – che di libri scritti spesso da ricercatori pro-s.a. che questi stessi giovani leggeranno e spesso dovranno anche ripetere.

Riportiamo un esempio tratto dal libro “Neuroscienze. Esplorando il cervello” di Bear, Connors e Paradiso:

I diritti degli animali. La maggior parte delle persone accetta la necessità della sperimentazione animale per l’avanzamento delle conoscenze, purchè venga eseguita con umanità e con debito rispetto per la tutela degli animali. Ad ogni modo, una minoranza rumorosa e sempre più violenta lotta per l’abolizione totale dell’uso di animali a beneficio dell’uomo, compresa la sperimentazione. Queste persone aderiscono ad una posizione teorica detta dei “diritti degli animali”. Secondo questo modo di pensare, gli animali godono degli stessi diritti legali e morali dell’uomo.

Un amante degli animali che simpatizzi con questa posizione dovrebbe riflettere su alcuni punti. Sarebbe disposto a rinunciare per sè e per la propria famiglia alle tecniche mediche sviluppate sugli animali? La morte di un topo può essere equivalente a quella di un uomo? Tenere un animale domestico è l’equivalente morale dell’avere uno schiavo? Mangiare carne è, dal punto di vista morale, equivalente ad uccidere un uomo? Non è etico uccidere un maiale per salvare la vita di un bambino? Il controllo della popolazione dei topi nelle fogne o della popolazione degli scarafaggi nelle case ha l’equivalenza morale dell’Olocausto? Se la risposta a una qualunque di queste domande è no, allora non aderiamo alla filosofia dei “diritti degli animali”. 

Ci rendiamo conto di ciò che devono leggere questi studenti?
A parte la completa banalizzazione e demonizzazione della filosofia dei diritti degli animali (spesso coincidente con l’antispecismo), che asserisce solo che in quanto essi sono esseri senzienti come noi non dovrebbero essere sfruttati e che rifiuta pertanto i principi di discriminazione individuabili nell’intelligenza o nella forza già in altri contesti rigettati dalla società, che viene sminuita e distorta in frasi come “Il controllo della popolazione dei topi nelle fogne o della popolazione degli scarafaggi nelle case ha l’equivalenza morale dell’Olocausto?” c’è un altro dato importantissimo.

Non vi è alcun accenno all’esistenza di un’opposizione scientifica all’uso di animali negli esperimenti.

“Va bene”, direte voi, “ma avranno una loro etica?”

Per spiegare questo aspetto, cito un esperimento, quello di Milgram, che ci conferma, tra le altre cose, quanto possa essere forte la pressione dell’autorevolezza della scienza (o di quella che le persone ritengono sia scienza) sul comportamento umano:

40 partecipanti, pagati appena 4,50 $, furono reclutati tramite annunci di giornale per partecipare ad un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento.

Ogni partecipante si calava nel ruolo di un “insegnante” che doveva fornire una scossa elettrica (che andava dai 30 volts fino ai 450) ad uno “studente” (in realtà un attore) ogni volta che fosse stata prodotta una risposta errata.

Queste persone non furono mai trattenute fisicamente, potevano andarsene, l’unica cosa che dicevano i ricercatori era: “continua, per favore”, “l’esperimento richiede che tu continui”, “è assolutamente essenziale che tu continui” e “devi andare avanti”.

Ebbene, i risultati furono sbalorditivi: la scossa massimale media inflitta ai soggetti fu di 360 V e il 62,5% dei soggetti (ben 2 su 3!) aveva obbedito fino all’ultima scossa (450 V).

Se queste persone – gente normalissima – fecero (o meglio, credettero di fare, dato che si trattava di simulazioni senza che loro lo sapessero) simili gesti su esseri umani, perchè crediamo che una pressione come quella che abbiamo avuto modo di conoscere, effettuata da niente di meno che ciò che la maggior parte della gente ritiene sia “un’autorità scientifica”, non dovrebbe condizionare altrettante persone “normali” a compiere gesti inaccettabili su animali innocenti per un risultato clinico pressoché nullo o casuale?

Pertanto definire i “vivisettori” delle persone “malvagie”, “sadiche” o “cattive” è non solo sbagliato, ma anche una semplificazione non da poco.

“Persone normali, che fanno il loro lavoro e senza alcuna particolare ostilità nei confronti delle vittime, possono diventare terribili parti attive in un processo di distruzione: anche quando gli effetti si rivelano in tutta la loro gravità, poche persone hanno le risorse necessarie per resistere ad una autorità” (Milgram, 1974).